Cronaca automobilistica di una vacanza dalla cima al tacco dello stivale.
Dove per ‘pesto’ non si intende il tipo condimento ligure, diffuso anche a Moneglia, dove ho letto e mangiato in parte del mese di agosto, bensì è l’occhio che ci si può ritrovare facilmente se non si rispettano gli attraversamenti pedonali.
Alcuni giorni di pace e tranquillità nell’eremo di San Saturnino vengono interrotti dal legittimo desiderio della prole di sguazzare nel mare che scintilla oltre gli ulivi. Tra casa e lo specchio d’acqua, 2 km di tornanti e un paesino, Moneglia, incastrato tra i monti e le gallerie.
Un’unica strada sopraelevata per andarsene guardando il mare, un budellino pedonale e, nel mezzo, la via transitabile dai mezzi, che spesso fanno la spola verso le abitazioni disseminate nelle frazioncine pedemontane dei dintorni. Pochissimi i parcheggi, per lo più privati o a salato pagamento, indi per cui quasi tutti si fa avanti e indietro da casa, caricando e scaricando spese, bagagli, figli, ombrelloni. Il traffico, in un posto così piccolo, nel mese di agosto ha qualcosa di inquietante.
Ogni 7-8 metri c’è un attraversamento pedonale, spesso ombreggiato da padroncini degli alberghi, camion della spazzatura, palme rigogliose, motorini, vigili (pieno di vigili, alcuni, dice la leggenda, terribili).
E sulle strisce, la processione ininterrotta dei vacanzieri.
“Moneglia, una vacanza a misura di famiglia”, recita il volantino della proloco, presa in parola dagli utenti. Tenuto conto che moltissimi sono stranieri (per lo più olandesi, tedeschi, francesi), lo standard minimo di civiltà auspicato non solo è comprensibilmente alto, ma è anche dato per scontato. Ciò significa che il guidatore italiano medio, disattento (definiamolo generosamente così), rischia seriamente di investire interi nuclei familiari increduli. Infatti, se l’italo pedone ha sviluppato, come le mie cronache spesso testimoniano, una naturale diffidenza nei confronti dell’automobilista, e attraversa, pur nel suo diritto, sempre con una certa prudenza, lo straniero, invece…
E’ biondo rossiccio di capelli il babbo, con camiciola, bermuda marittimi, sandali e braccia occupate da zaino, involucro di tenda parasole (modello mini-igloo quechua, vedrò poi in spiaggia), pale di varie dimensioni. Non vede la strada, lo sguardo è rivolto all’interno, a sorvegliare il complicato equilibrio fra gli oggetti trasportati. Segue madre con prendisole a stento immaginabile sotto borsona ripiena, figlioletto al collo e stuoia arrotolata. Anche lei vede oltre, ha già posato i suoi fardelli, e messo la crema protettiva a tutti (borsone compreso). Presunto novenne, zainato, con maschera e boccaglio che spunta, retino d’ordinanza e lo sguardo di chi pregusta pesca grossa segue senza badare ad altro che ad annusare l’aria e ad avvistare gli sbuffi delle balene all’orizzonte. Ogni tanto, a turno, i grandi si girano distrattamente verso la nanetta bionda, treenne, che trascina la sua paletta e un costumino lasco, con l’aria di chi non ha ancora preso il suo primo caffè. E’ l’ultima della fila, l’ultima arrivata, un po’ in ritardo anche sulla marcia, quella che non ti aspetti a chiudere il gruppo, a meno che non stia osservando apposta. Quella che ti farebbe prendere uno spavento spuntando all’improvviso davanti al cofano, se non fossi già lì ferma a goderti lo spettacolo.
E poi sarebbe di sicuro buio pesto, mannaggia.