Ho fatto attraversare il mondo…

… anzi, un sacco di mondi. A occhio e croce, doveva essere l’intero Sistema Solare, contenuto perfettamente all’interno di una scatola di plexiglass 30x30x50 (così, a spanne), e custodito da un giovane adolescente ricciuto. Pensavo che solo nei telefilm americani si facessero esercitazioni di scienze come “facciamo eruttare un vulcano” oppure “costruisci il tuo Sistema Solare”. Invece, il primo ha seminato schiuma appiccicosa nella classe di mia figlia (e sul nostro pavimento, per mostra e dimostra) un mese fa’, il secondo ha contribuito a comporre oggi, solo per me, un quadro di perfetta primavera.

Il sole del dopopranzo, un gruppetto di ragazzine e ragazzini appena usciti dalla scuola media, ridono tra i capelli, si stringono e respingono gli uni gli altri in un miscuglio promettente e bizzarro. Le loro parole ad alta voce irrompono dal finestrino. La teca di plastica trasparente riflette la luce. Le sfere colorate appese all’interno rimbalzano, seguendo il ritmo dei passi e dei ricci di chi le custodisce. Giove urta Saturno che non se ne ha a male. Le Lune sopportano e fanno da cuscinetto. Il Sole brilla su tutto.

Qualcuno, quando lo racconto, mi fa notare che ho lasciato passare il mondo, il giovane mondo che mi passa davanti.
Io, credo più saggiamente, sono felice di essermi fermata per poterlo vedere, godermelo e farne parte.

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Apparenza

L’hanno messa davanti a tutti.
E’ la più piccola, ma cosa importa. E’ bassa, curva e apparentemente indifesa.
Il cappotto bianco le pende fin quasi alle caviglie e sventola leggermente, mentre le automobili corrono veloci davanti a lei, ignorandola.
Si sono messi dietro di lei, tutti: alti, giovani, praparati ad affrontare il traffico e la vita, il pericolo e l’attimo. Eppure, per un attimo, fragili più dell’anziana signora piantata sul ciglio della strada, che affronta caparbia le strisce pedonali per loro.
Non appena mi fermo, cinque paia d’occhi si voltanto verso di me, contemporanemente, guidati come orchestrali dalla loro direttrice che sventola vittoriosa nella mia direzione due piccole mani inaspettatamente guantate di rosso acceso.
Passi veloci e un borbottio soddisfatto accompagnano i guanti agitati da un marciapiedi all’altro, mentre la baldanzosa scorta si disperde e l’impresa è compiuta.

Per chi non conosce la sospensione del giudizio, ma solo il giudizio dell’apparenza.

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Il momento del bisogno

Tira vento forte, l’aria è luminosa, finalmente ripulita dalle polveri che ci hanno fatto respirare pesante in queste settimane.
La coppia di anziani che si dirige verso il fiume cammina contro vento e contro sole. Indossano un identico giaccone imbottito blu, forse di quelli comprati in batteria. Lei è piccola e curva, lui alto e magrissimo. Oscilla pericolosamente, sferzato dalle raffiche. I capelli bianchi di entrambi sono schiacciati all’indietro dall’aria, e gli occhi ridotti a strettissime fessure per difendersi dalla luce abbacinante. Lei lo precede di qualche passo, forse per la minor resistenza offerta al vento, e quando arriva al bordo della strada trafficata ha il tempo di socchiudere gli occhi per controllare le mie intenzioni. Lui pare, invece, totalmente in balia degli eventi atmosferici. Chissà se per la natura o per sua natura. Esita sul marciapiedi. Fatica ad aprire le palpebre, sembra incerto sul da farsi. Proprio in quell’istante, la compagna, che ha già ingaggiato le strisce, senza nemmeno voltarsi, allunga un braccio dietro di sé. La mano incontra, quasi alla cieca, quella di lui, la stringe. Come risvegliato da un sogno, lui si rianima, raddrizza la postura e la segue nell’ attraversamento.
Da due, nel momento del bisogno, diventano uno.

Succede con il tempo? Per necessità? Qual è il segreto? Quando è troppo tardi per sperare? Come si merita di essere salvati dalla complicità?

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Pro-positivi

Non c’è due senza tre. La fantomatica task-force comunale, al lavoro per risolvere il problema degli attraversamenti pedonali pericolosi, complice anche il titolista d’assalto, ha prodotto l’ennesima dichiarazione di lungimiranza civica: “Multe ai pedoni fuorilegge” (da La Repubblica di ieri).

di Andrea Bertotti

Vigili all’erta per sanzionare chi attraversa con il rosso o fuori dalle strisce zebrate, in corrispondenza di viali pericolosi. Quale sia la legge lo potete leggere qui.
Il principio sarebbe anche sano e condivisibile (spesso, guidando, mi sono chiesta se il comportamento di certi pedoni non fosse un vero e proprio tentativo di suicidio a mie spese), se non suonasse come una beffa, arrivando in testa, anziché in coda, a una serie di misure di cui ancora non v’è traccia.
Qualcuno ha mai visto, per restare nel campo sanzionatorio, un vigile controllare e multare le auto che non si fermano ai passaggi pedonali? Eppure il codice della strada è chiaro, riguardo gli obblighi del conducente. Forse si tratta di razionalizzare le risorse? In effetti, inseguire una macchina è più faticoso che bloccare un pedone.
Per fare un passo avanti, però, perché va bene contestare, ma meglio proporre, mi chiedo perché i criteri presi in considerazione per affrontare questo problema paiano essere solo quelli del controllo e della sanzione.
La valorizzazione dei comportamenti (e degli elementi – le vituperate strisce) virtuosi, la formazione, la gestione a lungo termine di un elemento di convivenza civile, oltre che civica, dovrebbero occupare la prima pagina, scalzare le considerazioni populistiche e terroristiche che, oltretutto, poco tengono conto di una realtà urbana fatta sempre più di maggior numero di utenti pedonalizzati lenti (invecchiamento della popolazione) e minor presenza (se le politiche sul traffico avranno successo) di automobilisti rapidi e distratti.

Io qui, nel mio piccolo, ho iniziato un percorso.
Credo più che mai sia opportuno farlo uscire dal vivaio e proporlo in una forma più complessa e fruibile.
Se, in un anno, la minima pratica del progetto vis-à-vis ha prodotto in me un’automobilista più consapevole, un pedone più sicuro e, soprattutto, un individuo che percepisce la relazione che si può instaurare con i suoi simili in pochi metri d’asfalto, credo valga la pena di testarlo su una scala maggiore.
Se qualcuno avesse altre idee pro-positive sull’argomento, questo spazio sarebbe lieto di accoglierle.

Ps: Spero sia l’ultima volta che un titolo di giornale mi scatena sull’argomento. In chiusura dell’articolo compare un vago riferimento, finalmente, alla necessità di fare informazione in scuole e istituti. Speriamo…

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La strada si cura

Resistere resistere resistere

La strada si cura - Andrea Bertotti

Qualche settimana fa’, in seguito alla drammatica vicenda dell’investimento sulle strisce pedonali di una famiglia torinese, colpevole di voler valicare civilmente uno dei tanti corsi a scorrimento veloce della mia città, ho espresso velato sconforto nei confronti delle misure che l’amministrazione pubblica ha pensato di adottare al riguardo. Vie le strisce, via il problema, per sintetizzare. Insomma, la solita lungimiranza educativa.
Sono modestamente fiera del mio titolo “Pedoni investiti, l’Assessore punisce le strisce”, oggi ancora di più, potendo continuare con “…e loro, strenuamente, resistono”.
Eroiche strisce, che nonostante una prima cancellatura, riaffiorano testarde. E pensare che, conoscendole, non si sono banalmente limitati a coprirle. Le hanno prima fresate, per essere più sicuri, e solo in seguito coperte. Niente, le strisce riemergono, fiere, a fare il loro civico dovere.
E a confondere. Chi? I pedoni, gli altri resistenti impenitenti di questa storia. Malandrini, appena sono state tolte le barriere di sicurezza, loro zac! subito a riattraversare, come discolacci pronti a trasgredire. Perché si sa, il pedone va a piedi per spregio del traffico e delle istituzioni, che lo vorrebbero al sicuro nella sua bella scatoletta metallica (se anziano, sarebbe addirittura meglio a casa? Scusate la deriva retorica, ma pare una strada obbligata).
Palazzo Civico ha messo insieme una task-force, dicono. L’avranno chiamata “Uniti contro l’emersione”? Non del lavoro nero o del mancato gettito fiscale, no, del colore. E noi che ci stavamo a preoccupare…
Intanto, mentre nel palazzo pensano e fanno alla punta alla gomma per cancellarle, loro, le strisce, resistono e parlano, insieme a coloro che ogni giorno le attraversano. Basterebbe stare ad ascoltarle, altro che task-force.

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Un anno di passi

Passi stanchi
Passi pure
Prego, passi prima lei
Passi saltellanti
sulle punte
si può toccare solo il bianco
Passi la nottata
Passi in secondo piano
Passi la carta
Passi, per questa volta passi
Passi svelti di un ritardo
Ripassi il mese prossimo
Passi passin passetti
Passi, purché passasse darei qualunque cosa

Sapere dove vanno…
2012

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Kessler di Barriera

Ci sono queste due sorelle che ho sempre e solo visto al supermercato sotto casa. Ogni volta penso che, da giovani, forse, possano essere state le Kessler del quartiere. Mi fanno immaginare storie in quantità.
Viaggiano in coppia, sui settant’anni, sorreggendosi tra gli scaffali e correggendosi tra le chiacchiere con la padrona del piccolo negozio. Prendono un caffè e riempiono il carrello, lamentano un acciacco e incassano un’affettuosa presa in giro. Sulla testa di una delle due troneggia una spettacolare cofana di capelli con la forma dei bigodoni. Sono sempre perfetti e quando me la trovo davanti, al banco dei salumi, passo minuti interi incantata a fissarne le morbide volute chiedendomi quanta pazienza si celi dietro a tale architettura. Una volta, avvicinandomi molto, ho scorto un intrico di forcine che mi ha fatto sospettare la presenza di un toupet, ma ciò nulla toglierebbe all’intenzione che tanta cura manifesta. La capigliatura accompagna un viso curato, benché segnato dal tempo, occhiali vezzosi, unghie sempre smaltate sobriamente, modi garbati e birichini. Lei è la sorella fru-fru. Basta ascoltarla un attimo, e vedere cosa mette nel carrello, per capire che non arriverebbe a mezzogiorno senza la più concreta, stabile e assennata accompagnatrice. Appena un poco più giovane, l’altra le somiglia come una goccia d’acqua, tranne per il fatto che non ha evidentemente dedicato molto tempo ad acconciarsi e prepararsi per uscire. Ha lo stesso senso dell’umorismo, ma la battuta più tagliente. Si muove con premura e rapidità, senza perdere d’occhio la sorella maggiore, tuttavia proprio in lei qualcosa vacilla, appena si allontana. Potrebbe essere la più smarrita nell’abbandono. Complicate geometrie della vecchiaia.
Oggi, per la prima volta, le ho incontrate fuori dal negozio, in strada.

Si preparano ad attraversare sulle strisce pedonali, a pochi passi dal supermercato, forse già pregustando il caffè che le aspetta da Pinuccia, la proprietaria.
Ben strette nel paltò d’ordinanza, vista la temperatura rigidissima di oggi, non rinunciano alla testa scoperta: l’una per non rovinare l’elaborata acconciatura, l’altra, probabilmente, perché un cappello potrebbe essere considerato un vezzo, non si sa mai.
Le riconoscerei a distanza, anche senza guardarle in viso, solo cogliendone l’attitudine, tanto è identica a quella che attribuisco loro da quando le ho incontrate. Camminano a braccetto, ma una (indovinate quale) guarda per aria, saluta un passante, sistema un lembo del cappotto, fruga in una tasca, legge un pezzo di carta e si mette a discutere animatamente con la sorella, senza mai guardare nelle due direzioni degli automobilisti in arrivo. L’altra la guida, schiva il gradino, guarda a destra e sinistra, ferma una vettura nella direzione opposta, mi vede, riconosce, sorride e ringrazia con la mano mentre attraversa e traghetta incolume la sorella verso il porto sicuro del negozietto.

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Intervallo/bianco-nero

Cher frère blanc,
Quand je suis né, j’étais noir,
Quand j’ai grandi, j’étais noir,
Quand je suis au soleil, je suis noir,
Quand je suis malade, je suis noir,
Quand je mourrai, je serai noir.
Tandis que toi, homme blanc,
Quand tu es né, tu étais rose,
Quand tu as grandi, tu étais blanc,
Quand tu vas au soleil, tu es rouge,
Quand tu as froid, tu es bleu,
Quand tu as peur, tu es vert,
Quand tu es malade, tu es jaune,
Quand tu mourras, tu seras gris.
Alors, de nous deux, Qui est l’homme de couleur?

Léopold Sédar Senghor,
poeta e primo Presidente del Senegal

(via @Einaudieditore)

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Connessioni

La connessione fra pedoni è qualcosa che mi colpisce sempre. Tra chi attraversa, spesso, si creano legami estemporanei, bizzarri, spunti per magnifiche narrazioni.

©Sophie Blackall

Uomini grandi e grossi che ne fermano altri, ancora più grandi e più grossi, come fossero bambini imprudenti. Braccia larghe che impediscono ai compagni di affrontare a cuor leggero le fameliche zebre. Un attimo di imbarazzo, un’incertezza e poi il disporsi compatto dietro il capo fila, l’unico a cui evidentemente viene riconosciuto, la mattina presto, il giusto grado di lucidità.
Anziani risoluti e lungimiranti che apprezzano tu ti sia fermata, ma già che ci sei, per favore fai caso al fatto che non sono solo (indicando la signora a seguire con galanteria d’altri tempi).
Lui e lei, arrivano da due direzioni diverse e se ne andranno verso luoghi diversi. L’età è indefinibile, i visi li scorgo appena, ma la chioma di entrambi è bianca e scomposta, un po’ più lunga quella di lui. Alti, con un giaccone lui, un cappotto lei, tinta unita dimenticabili. Quello che è indimenticabile è che entrambi indossano un paio di calzoni a quadrettoni scozzesi. Uno fantasia bianca/nera, l’altro un tartan verde con fili rossi e gialli. Attraversano insieme sulle strisce. Unico punto di contatto. Li seguo con lo sguardo chiedendomi a lungo se si tratti di una coincidenza o…

ps: l’illustrazione è tratta dal sito Missed Connections, segnalato da Allemanda. Prezioso catalogo di connessioni mancate. Consiglio vivamente una passeggiata.

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Caro Assessore

Avviso ai lettori: il contenuto di questo post potrebbe urtare la sensibilità di coloro che sono affezionati a una pacata comunicazione. La tenutaria del blog/progetto è alterata.

©Andrea Bertotti

L’Assessore ai Trasporti del Comune di Torino Lubatti, a fronte di due dati incontrovertibili:
1) presenza di numerosi attraversamenti pedonali pericolosi nel territorio cittadino
2) presenza di ancor più numerosi automobilisti pericolosissimi perché incapaci di rispettare il codice della strada
quale audace e rivoluzionaria soluzione propone?
Ovviamente: cancellare tutte le strisce pedonali incriminate.
“Meglio qualche disagio in più ai pedoni che mantenere situazioni di potenziale pericolo per le persone” cit.
Ecco, caro Assessore, questo è, a mio parere, esattamente il modo in cui si mantiene una situazione di potenziale pericolo.
I grandi viali, sgomberati dall’ultimo ostacolo alla circolazione veloce.
Gli automobilisti lasciati al loro criminale menefreghismo, con la faccia contratta che viene a chi va veloce e guarda solo avanti a sé.
I pedoni che camminano camminano, non importa quanti anni o pesi abbiano, in cerca di un semaforo (sperando che nessun automunito debba effettuare una svolta, altrimenti sappiamo benissimo chi si prende la precedenza).
Questo perché si ragiona sempre sull’emergenza, cosa che rende semplice prendere provvedimenti facili e, caro Assessore, poco impegnativi.
Una famiglia è investita sulle strisce da un criminale che, sul tutto, fugge? Eliminiamo le strisce!
(Poi, magari, una donna se non vuole essere aggredita non dovrebbe indossare la gonna di sera, i bambini non dovrebbero tirare il pallone se non vogliono perderlo oltre il cancello…)
Caro Assessore, una dichiarazione un tantino più impegnativa, da inizio mandato (mi pare se lo possa permettere) che implichi un coinvolgimento a lungo termine?
Insomma, un progetto di educazione stradale come si deve, aggressivo, virale, qualcosa che si ponga l’obiettivo di lasciare il segno e cambiare radicalmente una mentalità cieca e lesiva, questa sì, altro che le povere strisce zebrate?!
Non dico che debba averlo già bello e pronto, ma almeno immaginare di proporlo..?

“Pedoni investiti , l’Assessore punisce le strisce”, le pare un buon titolo per il giornale di domani?

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Le parole non bastano

In Germania, mi racconta la mia amica Ursula, un pedone adulto che non rispetti il semaforo rosso, anche se non ci sono macchine in arrivo, viene bruscamente dissuaso dagli altri adulti che lo circondano. Potrebbero esserci bambini nei dintorni a notare l’infrazione e apprendere un comportamento non solo errato ma anche fortemente pericoloso.
In Germania, infatti, i bambini cominciano ad andare a scuola da soli intorno ai 6 anni e certi automatismi è necessario apprenderli/assumerli prima e il più definitivamente possibile.

In Italia, non è la prima volta che ne parlo, se un automobilista identifica di fronte a sé lo scenario strisce pedonali – due corsie occupate da vetture ferme non è in grado, quasi mai, di registrare l’ovvio: pedoni stanno attraversando.
Nel nostro paese la mancanza di una regola, di un ragionamento, ma evidentemente anche di un automatismo (che sarebbe poi il più efficacie da instillare) è cronaca quotidiana di disperazioni e assurdità.

… qui mi fermo. Le parole non bastano. Aprire gli occhi, almeno.

‘guarda mentre attraversa’ va letto nei due sensi

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Un giorno da pedone/il Pedibus

La mattina inizia che più pedonale non si potrebbe: oggi sono uno degli autisti del Pedibus della Scuola Fontana.
Ritrovo alle 8.00 e dieci minuti di passeggiata fino a a scuola con serpentello di bimbi, giallo fosforescente pettorinati, di età compresa fra i tre e i 10 anni. Lo facciamo una volta a settimana e a fine stagione si conclude con una biciclettata fino a scuola, condita di campanelli e traffico bloccato (per dieci minuti, solo dieci).
La pregevole iniziativa dovrebbe avere diversi obiettivi: motivare i bambini all’uso delle gambette, scoraggiare i genitori dall’abuso dell’auto e sensibilizzare gli automobilisti incontrati lungo il percorso. In genere ci va bene con due su tre. Anche stamane, come spesso accade, per uno o due autisti che hanno sorriso inteneriti ce ne sono stati altrettanti che si sono attaccati al clacson come Fra Martino alle campane, facendo sobbalzare la mini coda del serpente e costringendo i piccoli pedoni a fermarsi tra un semaforo e l’altro. Senza pietà.

Mi chiedo cosa succederà quando metterò in scena il Progetto vis-à-vis… Memo: evitare accuratamente ore 8:30 del mattino!

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I mirtilli fanno bene alla vista

Che poi, io come pedone sarei abbastanza prepotente. Cioè, il diritto di attraversare sulle strisce me lo prendo, quindi di solito c’è poco da ringraziare. Anzi, dovrebbero essere gli automobilisti a ringraziarmi, visto che li cautelo dall’investirmi (o dall’essere investiti dai miei improperi, dipende). Arrivo sul bordo, guardo, considero le distanze e procedo con aria spavalda e un po’ intransigente. Chi mi conosce poco stupisce.
Oggi, però, sono successe due cose.
Primo accadimento: di mattina presto ho incrociato una mia coetanea.

Vestiva di scuro, ma al posto del nero aveva scelto un look total blue. Una specie di magro mirtillo. Sguardo torvo, mani in tasca, inizio di giornata faticoso, mondo crudele (eppure lunedì è ben passato). La riconosco. Sarei io a piedi. L’unica differenza è che, giunta sul passaggio pedonale, lei si ferma rassegnata e un po’ malmostosa guardando verso l’auto che prevede la ignorerà.
Quando mi fermo la sorpresa le fa quasi (quasi) levare le mani dalle tasche! Il viso si spalanca in sorriso, come la bocca incredula. Io sorrido di rimando mentre ci guardiamo e lei attraversa rapidamente, quasi correndo, e dimostra improvvisamente dieci anni di meno.

Secondo accadimento: realizzo che domani mollerò la macchina, taglierò momentaneamente il cordone ombelicale con il computer e farò il pedone quasi tutto il giorno fuori casa.
Ho deciso che approfitterò della situazione e cercherò di innescare piccole complicità sulle strisce pedonali, con chi avrà la gentilezza di lasciarmi attraversare. Invece di prendermi la strada con la forza (delle opinioni, per carità) come faccio di solito, aspetterò che mi venga lasciata e reagirò di conseguenza.
Se, dunque, in giro per Torino, una donna con una coppola nera vi sorride cordialmente guardandovi dritti negli occhi quando passa davanti al vostro cofano, sappiate che il suo grazie potrebbe averlo meditato a lungo!

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Milo: irruzione dell’inaspettato

Sulla strada, come automobilisti, ci muoviamo in percorsi prestabiliti. Da A a B, segmenti ordinati,interrotti da ostacoli. Gli ostacoli entrano nel mirino ad un certa altezza, ad un’altezza certa, per meglio dire. Per questo motivo è più rischioso, oggi, attraversare per un bambino solo: non siamo abituati a vederne e il nostro puntatore è programmato mediamente un po’ più in alto di lui.
E per lo stesso motivo la mia routine automobilistica e osservatrice è stata interrotta dall’irruzione del protagonista di un ricordo: Milo.
L’uomo che faccio attraversare sulle strisce, davanti alla chiesa, non ha nulla di straordinario che possa registrare. Abiti autunnali, sguardo distratto e serio, nemmeno per un istante rivolto a me, passo regolare. Uno qualunque.
I miei occhi sono spinti a passare oltre rapidamente, già dimentichi del reciproco incontro. Il piede è pronto sull’acceleratore quando qualcosa, qualcuno entra nel mio campo visivo.
Milo! 40 cm di altezza che ne raggiungono almeno 100-120 con salti poderosi e festanti, pelo bianco pezzato caramello, muso appuntito e occhietti furbi. Senza il guinzaglio, salta letteralmente dietro al padrone, producendosi sulle strisce pedonali in acrobazie degne di un circo nel tentativo di attirare lo sguardo spento di chi lo precede.
Milo, il cane co-protagonista del film The Mask.
Io l’ho detto che, se state attenti, lo spettacolo vi arriva da solo davanti al cofano!
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Decisioni ponderate

Sono quelle che uno prende con calma e sangue freddo, pensandoci bene, analizzando pro e contro, le sfumature, le variabili.

Attraversare la strada, uno direbbe, pare una sciocchezza. Mica roba da passarci la giornata a fare statistiche (non mi sono ancora ripresa). Basta uno sguardo veloce, un calcolo rapido, e via un piede davanti all’altro, senza pensarci troppo.

Invece per qualcuno, in genere si tratta di persone ingombrate dagli anni o dai pesi, la faccenda si fa subito più complessa.

A dispetto del giubbotto in similpelle modello motociclista ruspante e del fazzoletto colorato annodato intorno alla gola, la zazzera bianca e le spalle curve, insieme al  passo breve infilato in calzoni di fustagno non lasciano dubbi sull’età avanzata del pedone che mi attende sulle strisce.Come mi vede rallentare per fermarmi mi fa segno bruscamente con la mano di passare, guardando nella direzione opposta, con aria sconsolata. Dal bordo del marciapiedi ha valutato, già da un po’, i fattori: a suo favore la mia vettura in arresto; giocano contro la larghezza della strada, un autobus in arrivo nella direzione opposta, seguito da altre autovetture le cui intenzioni non sono leggibili. Quasi si leggono i suoi pensieri, sento le rotelle girare. La valutazione del rischio lo fa guardare verso di me e alzare le spalle: “Non si può fare, lo vede anche lei”. Io sorrido incoraggiante, il mio doblò è grosso, si vede che è fermo, magari per imitazione… E infatti l’autista del bus mi imita e che lo segue non fa cenno di voler sorpassare. Il pedone, incredulo, riformula la valutazione, ricalcola l’equazione, modifica il risultato, sospira e… attraversa.


Un minuto tutto c’è voluto.Per ponderare, certo, bisogna avere tutta la vita davanti. Un sacco di tempo libero.
NOTA DI SERVIZIO 1 – a proposito di decisioni ponderate…poco: ho aperto un accunt su twitter. Siccome sono lenta, torda e un po’inutile ci metterò il giusto a capire come usarlo bene. Nel frattempo qui @circodipulci potete, se vi prende la fregola, cinguettare avvistamenti notevoli. Farò in modo di riportarli nella sede acconcia
NOTA DI SERVIZIO 2 – la sede acconcia, da qualche giorno è Attraversamenti vostri, la pagina qui sopra. A disposizione per i racconti dei vostri avvistamenti notevoli, sia nelle vesti di automobilisti che di pedoni. Sfogatevi sulla tastiera, invece di continuare a raccontarmeli a voce! Devo farlo tutto io il lavoro sporco?

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Tirare le somme

Un colpo di sonno al volante? I numeri mi hanno dato alla testa? Cosa mi avrà trattenuto dall’euforico compito di tirare le somme sulla “Settimana della statistica”? Il lettori del blog, lo so, attendono con il fiato sospeso…
Il fatto è che piove sempre su bagnato e governi ladri, cosa ci volete fare. Un nubifragio qui, un presdelcons che se ne va là, sono stata parecchio distratta.
Che poi uno vorrebbe anche festeggiare, ma in mezzo a tante sventure come si fa? Sfoglio la mia margherita pedonale, bianco/nero/bianco/nero/bianco… inutile consolarsi con sfumature di grigio che, personalmente, non mi dona e fa ancor più tristezza.
Ve beh, non divaghiamo e torniamo alle rassicuranti cifre, che tra l’altro andranno di gran moda ora, fra economisti bocconiani chiamati a salvare patria e burattini.
Dunque, la settimana corta (5 giorni) che mi ha vista compiere 23 tragitti (urbani brevi e medio brevi nella città di Torino), e intercettare 41 pedoni, è illustrata in questo grafico.
Le reazioni registrate sono riportate in percentuale. Molto serio, nevvero?
Qualche considerazione.
- Si è trattata volutamente di una settimana normale, non sono andata a caccia. Uno degli obiettivi di questo esperimento, come del Progetto Vis-à-Vis, d’altra parte, è cercare di capire in che misura ordinari tragitti automobilistici (e di conseguenza pedonali) urbani possano essere bacino di relazioni estemporanee. La settimana rispecchia dunque il clima meteorologico come quello psichico. Ho notato quanto entrambi gli elementi condizionino fortemente l’interazione urbanistica.
- La cadenza di incontri rilevanti, di momenti in cui si innesca una vera relazione fra l’automobilista e il pedone, si conferma quella osservata in questi mesi, cioè mediamente uno a settimana.
- Nei casi, la maggioranza, in cui la reazione alla mia fermata è l’indifferenza, oppure sguardi distratti o cenni senza  nemmeno un’occhiata, il mio ruolo è quello di spettatrice di piccole passerelle umane. Materiale per soggettive istantanee.
- Gli sguardi sono, per lo più, frettolosamente rivolti all’automobile, per accertarsi del suo arresto. Solo alcune volte indagano verso il parabrezza per leggere il volto del guidatore. Il ridursi delle ore di luce solare non aiuta.
- Gli attraversatori con corsetta sono quasi esclusivamente persone di una certa età, e nel loro sguardo, invariabilmente, prima della corsa si percepisce l’imbarazzo dell’ingombro del suolo pubblico.  Spesso commovente.
- I gruppi di attraversatori, anche se non si conoscono fra loro, sono tendenzialmente solidali e fiduciosi.
ps.spero apprezzerete che, nonostante l’andamento monomaniacale, ho evitato di pittare il grafico solo in elegantissimo, ma alquanto caotico, black and white.
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Settimana della statistica/venerdì

VENERDI” – 5 tragitti

Attraversamenti:8
Indifferenza:3
Sguardo:1
Sguardo con corsetta:1
Sguardo e cenno con la testa: 1
Sguardo e cenno con la mano: 1
Sguardo e cenno con la testa e sorriso:1

C’è cenno e cenno. Il pensionato canuto e barbuto davanti al quale mi fermo, golf blu da marinaio e borsello a tracolla, assentisce con il capo, serio e marziale. L’ automobilista che proviene dalla direzione opposta lo ignora e sfreccia via davanti ai suoi piedi. Il  pedone, visibilmente seccato, indica con lo sguardo e la mano le strisce. Sta parlando con qualcuno che non l’ha guardato prima e, sicuramente, non lo vede ora. Tuttavia non demorde, segna e insegna.

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Settimana della statistica/giovedì

GIOVEDI’ - 7 tragitti

Attraversamenti:12
Indifferenza:4
Sguardo:4
Sguardo con corsetta:1
Sguardo e cenno con la testa: 1
Sguardo e cenno con la mano: 1
Sguardo e cenno con la mano e sorriso:1
Note: in serata 45 minuti trascorsi cercando, inutilmente, un parcheggio hanno azzerato la mia disponibilità verso i pedoni

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Settimana della statistica/mercoledì

MERCOLEDI’ - 4 tragitti

Attraversamenti:5
Indifferenza:4
Sguardo:1
Note: sempre in ritardo, alcuni li ho ignorati io. Colpevole

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Settimana della statistica/martedì

MARTEDI’ – 3 tragitti

Attraversamenti:8
Indifferenza:4
Sguardo:2
Sguardo con corsetta:1
Sguardo e cenno con la mano:1
Note: piove, non è che mi guardino veramente

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Settimana della statistica/lunedì

Sono sopravvissuta alle mie prime lezioni di “Bilanci e contabilità” nonché “Adempimenti fiscali”, croce e delizia del mio training nel mondo della progettazione di performance artistiche nello spazio pubblico.  Temevo che la mia aura negativa avrebbe fatto collassare l’intero gruppo di professionisti che seguono con me il corso di formazione Retro Scene, organizzato da piuconzero , invece tra che loro sono più scafati di me, tra che io mi impegno assai (e taccio altrettanto), insomma, non ho fatto danni e ho perfino capito qualcosa.
Non abbastanza da potermi cimentare con il bilancio delle Associazioni Culturali con cui collaboro (ci pensa già la crisi a portarle sull’orlo del fallimento, grazie), ma sufficientemente per elaborare la
                                   SETTIMANA DELLA STATISTICA
Questa settimana qui si danno i numeri.
Per sette giorni, prima che il freddo incombente faccia rintanare tutti i pendoni nei loro colletti, effettuerò un monitoraggio preciso del comportamento pedonale da me intercettato.
Salvo imprevisti, i miei spostamenti avverranno tutti in ambito cittadino, saranno pochi e copriranno brevi distanze. Si tratta di un’indagine di dimensioni ridotte, ma specchio della mia quotidianità, e dunque delle potenzialità di incontro che posso cogliere o perdere.
Registrerò il numero di pedoni fatti attraversare e la caratteristica della loro razione/interazione.
A fine settimana (così ho tempo per esercitarmi) potrei addirittura produrmi in un grafico riassuntivo, se ne varrà la pena.
A chi giova tutto ciò? Qualcosa mi dice che domenica avrò qualcosa da rispondere al riguardo.
Per ora, ecco qui:

LUNEDI’ – 4 tragitti

Attraversamenti:8
Indifferenza:2
Sguardo:1
Cenno con la mano:1
Sguardo e cenno con la mano:4
Note: se più persone attraversano in gruppo, si dividono i compiti: una cammina, l’altra guarda, la terza ringrazia

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Vedimi!

Vedimi.
Lo dice con il corpo affaticato che attraversa l’incrocio in mezzo alla strada.
Avanza sulle gambe larghe, un po’ rigide, con le braccia che ondeggiano, per accompagnare e agevolare il movimento delle anche. Somiglia vagamente all’andatura del pinguino.
Vedimi.
Lo dice con il viso voltato fissamente nella mia direzione, anche se la macchina è a un isolato di distanza, e più che vederci, quasi ci immaginiamo.
Vedimi.
Lo dicono gli occhi, mentre mi avvicino e leggo nello sguardo una preghiera di pazienza per la lentezza e la vecchiaia, gli acciacchi e l’imperizia della traiettoria obliqua.
Vedimi.
Lo dice la bocca che parla, senza che possa udire i suoni, e forse mi racconta e si racconta perché e per come, mentre la mano agita, mi pare, un lungo pennello, il passo procede verso la sicurezza del marciapiedi, e le parole si perdono in una conversazione che non mi appartiene già più.

Il sottotitolo di questo progetto, ‘guarda mentre attraversa’, letto nei due sensi, in alcune occasioni mi si presenta con particolare intensità.
Ci sono interlocutori del paesaggio urbano, come quello qui sopra, che nel breve spazio/tempo della nostra interazione mi permettono di esplorarne alcune delle molteplici possibilità.
L’uomo, partendo da una situazione fisica svantaggiata, riesce a chiedere, ottenere, gestire e poi interrompere una comunicazione, che si rivela estremamente funzionale per la sua sopravvivenza nel contesto. Non solo attira la mia attenzione e mi trasforma da potenziale pericolo a elemento protettivo con molto anticipo (ne ferma uno per fermarne molti), ma prosegue l’interazione assicurandosi, con il contatto visivo e la parola, di lasciare una traccia persistente e personale, identitaria, del proprio passaggio.
Ho notato che spesso sono persone di una certa età a cercare il contatto, a sviluppare il potenziale dell’attenzione.
Presumibilmente tutto questo avviene in modo inconsapevole, e mi piacerebbe avere gli strumenti analitici per poterne dare conto, oltre alla registrazione dell’efficacia, in termini pratici ed emotivi, dell’azione.

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Pura gioia

Il paese è allo sbando, il governo nel tunnel (fosse almeno quello della Gelmini, se lo inghiottirebbe il buco nero dell’ignoranza), lo stipendio, per chi ancora lo riceve, basta fino alla seconda settimana del mese, ma… il riscaldamento globale, ragazzi, che meraviglia il riscaldamento globale.
Lo so, dovrei arrendermi una buona volta all’anziana che c’è in me e trasferirmi in Florida, invece di auspicare la fine prematura per surriscaldamento del mio isolato.
Però un ottobre così, io lo farei durare anche novembre. Breve pausa per Natale (più per senso estetico che altro), e poi si ricomincia a metà gennaio con il golfino sulle spalle e il sole in faccia. Alzi la mano chi è d’accordo.
Le giornate calde mi hanno regalato attraversamenti straordinari. Piccoli spettacoli di gioia che solo la luce autunnale della prima mattina, mescolata al tepore inaspettato potevano giustificare. Il progetto vis-à-vis sentitamente ringrazia:

ANDATA: gambe lunghe, busto lungo, braccia lunghe, faccia lunga con barbetta curatissima. Camicia a quadretti, gilet di tela color corda, come i pantaloni, cappellino con visiera verde bottiglia e occhiali da vista con lenti da sole alzate. In una mano ciondola il sacchetto con il pane appena comprato dietro l’angolo. Nell’altra un pezzo di focaccia, forse calda, alle 8.15 del mattino. Attraversa a grandi falcate sulle strisce davanti alla  mia macchina, con passo e sguardo allegro, senza fretta e senza badare a me, masticando. Appena arrivato sull’ altro marciapiedi, accanto alle panchine, si ferma per prendere soddisfatto un altro morso di focaccia e fa piroettare i suoi 70 anni. Un giro sul posto, dondolando le gambe come un ragazzino in calzoncini corti. Guarda gli alberi, il cielo e fa un risata a bocca piena.
Beeeeeeep! (la macchina dietro mi suona impietosa il clacson)

RITORNO: mamma e figlia, qualcosa mi fa pensare brasiliane. Carnagione calda, morbidezza nei movimenti, visi aperti e tratti marcati. La madre sui 45 anni, la figlia non più di 20. Davanti a loro un passeggino, spinto da entrambe. Se il passeggino sia pieno o vuoto non saprei dirlo, perché non riesco a staccare gli occhi dai loro visi sorridenti e complici, mentre condividono qualche chiacchiera. Si sono fermate molto prima che arrivassi, prese dalla loro confidenza o forse da quella scarsa che ripongono in me. Io mi arresto e attendo. I folti capelli neri raccolti nella coda di cavallo della mamma dondolano, mentre i ricci della figlia si scompigliano sulle spalle, affrontando con allegria le strisce pedonali. Si girano per guardarmi, estendendo a me, distrattamente, il sorriso già loro e dicendo ‘Grazie’. Io ricambio e scandisco un ‘Prego’. Proseguono, ma all’ultimo la madre, incuriosita, si gira nuovamente verso di me, forse avendo registrato il mio sguardo, la mia intenzione, la mia attenzione.
Ancora un istante per un altro sorriso, questa volta nostro.

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Who win?

Lei vuole vuole attraversare sulle strisce, voi volete tirare dritto con la vostra automobile.
Indovinate chi vince?

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Cartolina da Budapest

Mi arriva un sms da A., piccione viaggiatore in missione random per l’Europa.

“Ungheresi molto cortesi. Poche strisce pedonali, solo quelle indispensabili. I conduttori si fermano (anche per strada!) appena ti viene da attraversare…”

ps: spero che A. non si offenda per la definizione. Nel mio ultimo intervento ufficiale, in un meeting europeo, l’avevo indicata come catalizer e mi hanno preso talmente sul serio da portarmela via… Ora devo volare basso, non si sa mai… Va beh, diciamo corrispondente estero (non vorrei smettessero di arrivare le cartoline).

pps: mi permetto di dissentire parzialmente sul contenuto del sms. Grazie a ikarus66.blogspot.com, la foto qui sopra testimonia la presenza di strisce pedonali in abbondanza, financo (incidentalmente) filosoficamente significative.

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Il bastone o la carota?

Vi siete svegliati da poco più di un’ora. Il caffè non è ancora entrato in circolo, ma siete già al volante sulla strada che, ogni mattina, da casa vi porta a Marsiglia, al lavoro.
Attraversate la cittadina di Cavaillon, 30.000 abitanti, una delle quali vorrebbe attraversare su una passaggio pedonale. Poiché la vostra amica torinese vi ha fatto una capa tanta positivamente suggestionate con il suo progetto vis-à-vis (e voi siete già di natura ben educate) vi fermate per consentire l’attraversamento.
Ripartite, tranquillamente e, pochi metri più in là… ZAC! Paletta: due seri individui indivisa blu con gilet giallo fosforescente della Sécurité Routière vi fanno accostare.
Il caffè, lo ricordo, è ancora lungi dall’essere entrato in circolo, dunque il primo pensiero è: “Cominciamo bene la giornata! Cosa avrò combinato?”.
Al finestrino, il funzionario svela l’arcano: “Buongiorno. Lei si è fermata per fare attraversare un pedone sulle strisce.”
“Si, sono colpevole”
“Grazie”
“Prego, è amica sua?”
“No, ‘Grazie’ è quello che, con una campagna di ‘Sécurité Routière – tous responsables’, l’Amministrazione ha deciso di dire agli automobilisti gentili come lei.”
“Ma che carina, l’Amministrazione”
“E le dà anche un premio”
“Ma va’?” (lo spavento e il senso di colpa alla vista dei vigili, forse? Strana idea di gratificazione hanno, in Francia)
“Ecco qua un gilet fosforescente come il nostro e una paletta rompighiaccio, tutto logato Sécurité Routière, così si ricorderà sempre di noi”
“Anche no”
“Come?”
“Dicevo, con piacere, grazie, per così poco, ho fatto solo il mio dovere…”

Matteo Bordone, in un suo post di qualche giorno fa’, auspicava la comparsa di vigili agguerriti per difendere a suon di multe il sacrosanti diritto di attraversamento dei pedoni sulle strisce.
In parte condivido l’esasperazione, e mi riprometto di svolgere un’ indagine circa l’attività della Polizia Municipale in tal senso. Non mi risulta che nemmeno gli attraversamenti pedonali più pericolosi siano mai stati tutelati (solo certe scuole al suono della campanella hanno un servizio di vigilanza, ma sono casi sporadici, e noi non abbiamo mica tutti 7 anni…).
Tuttavia, l’iniziativa francese è più in linea con l’impulso che sostiene, tra gli altri, questo mio progetto di cui venite a curiosare.
Legare una pratica virtuosa a un evento gratificante (io non sarei arrivata al premio, trovo già interessante il ringraziamento, ma, certo, l’oggetto ha una persistenza maggiore), favorisce il radicamento nella sfera emotiva.
Così come tendiamo a rimuovere gli eventi negativi, altrettanto valorizziamo e diffondiamo le esperienze positive. Ne ho conferma ogni volta che qualcuno mi racconta quanto spesso si fermi davanti alle strisce, da quando ha prestato attenzione al primo micro-spettacolo del pedone che ha fatto attraversare.

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Ehi vacci piano coccodè! Che ti credi?

Credi che il Suv nero (ma li fanno solo di quel colore lì?) alla mia destra stia rallentando per farti attraversare, signorina studentessa con libri sotto il braccio?
Che le strisce bianche su fondo rosso abbiano attirato l’attenzione del suo guidatore come la mia, che sto arrestando il doblò davanti a te, i tuoi occhiali, la tua maglietta gialla?
Ti piacerebbe, vero? Lo dai abbastanza per scontato: strisce pedonali, automobili che rallentano = attraversamento consentito.
E invece no, cocca. Le zebre stanno su un rialzo. Tu anche, per questo, forse, non ci fai caso. Un piccolo accenno di dosso.
Ma l’autista del mostro iperinquinante al mio fianco ha rallentato… per non rovinarsi le sospensioni! Tant’è che riparte di slancio appena affrontato l’ostacolo, facendoti fare un saltino davanti al mio cofano. Cu-cù!
Mi guardi incredula. E così lo sono io.

Si chiamanopassaggi pedonali rialzati” e, seguendo la normativa, o piuttosto la sua assenza, si presentano con caratteristiche che coniugano utilità con limitazione dei danni (ai veicoli, per lo più. Ai passeggeri dei mezzi pubblici, saltuariamente).
Sono “sopraelevazioni della carreggiata con rampe di raccordo, realizzate sia per dare continuità ai marciapiedi in una parte della strada compresa tra due intersezioni, sia per interrompere la continuità di lunghi rettifili, in modo da moderare la velocità dei veicoli a motore” (Piano Regionale della Sicurezza Stradale Regione Piemonte).
Sono “dossi” se non superano la normale lunghezza di un veicolo, e come tali, secondo l’Art. 179 Cod. Str. “…possono essere posti in opera solo su strade residenziali, nei parchi pubblici e privati, nei residence, ecc.; possono essere installati in serie e devono essere presegnalati“. Con tutt’altre, temibili caratteristiche.

L’episodio del mio avvistamento è avvenuto su un “passaggio pedonale rialzato”, in prossimità di una rotonda molto trafficata.
Evidentemente l’autista del Suv ha unito l’ inutile preoccupazione per l’integrità dello stesso (si trattava di una larga e bassa piattaforma) allo sguardo sull’intenso flusso delle auto in arrivo. L’elemento umano, in tale contesto meccanico, non è stato minimamente preso in considerazione.

Questa potrebbe essere un’ottima tipologia di location per la performance del progetto vis-a-vis nella sua terza fase.

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Attraversamento stradale assistito

A mali estremi, estremi rimedi.
Il traffico è ininterrottamente congestionato? Gli automobilisti desolatamente cafoni? Siete terrorizzati da un passaggio pedonale che vi sta facendo invecchiare sul marciapiedi?
Niente paura! Chiamate i TRYST e potrete usufruire di un praticissimo Assisted Street Crossing.

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Pedoni, non pedine

La signora di una certa età, vestita con un’allegra maglietta a righe bianche e celesti e una gonna estiva al ginocchio, con una leggera borsa della spesa scozzese in mano, non ha particolare fretta di attraversare. Credo mi abbia vista arrivare di lontano e abbia immaginato di dover attendere, perché nel frattempo si sta sistemando la chioma canuta, passandosi le dita fra i capelli con aria rilassata.
Arresto la macchina davanti a lei e passa qualche istante prima che ci sia una reazione.
Il doblò ha un grosso punto cieco, nell’intersezione fra il parabrezza e il finestrino laterale, e il viso della signora è momentaneamente nascosto.
Lei, prima di attraversare, pur avendo capito che sono indiscutibilmente ferma per lei, si sporge apposta per guardarmi in viso e salutarmi, seria, con un deciso cenno della mano. Io, istintivamente, le rispondo con un identico gesto e le sorrido. Lei attraversa.

Capita, con alcuni, che per qualche istante si inneschi un meccanismo di domanda/risposta, nello spazio urbano che attraverso.
Non mi sono ingannata, quando ho intuito la possibilità di micro-relazioni fra pedoni e automobilisti, fra individui che si incontrano, seppur per brevissimi istanti. La possibilità di riconoscersi come persone.
 
Ancora, ne voglio ancora…

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Vacanze 1/PESTO

Cronaca automobilistica di una vacanza dalla cima al tacco dello stivale.

Dove per ‘pesto’ non si intende il tipo condimento ligure, diffuso anche a Moneglia, dove ho letto e mangiato in parte del mese di agosto, bensì è l’occhio che ci si può ritrovare facilmente se non si rispettano gli attraversamenti pedonali.
Alcuni giorni di pace e tranquillità nell’eremo di San Saturnino vengono interrotti dal legittimo desiderio della prole di sguazzare nel mare che scintilla oltre gli ulivi. Tra casa e lo specchio d’acqua, 2 km di tornanti e un paesino, Moneglia, incastrato tra i monti e le gallerie.
Un’unica strada sopraelevata per andarsene guardando il mare, un budellino pedonale e, nel mezzo, la via transitabile dai mezzi, che spesso fanno la spola verso le abitazioni disseminate nelle frazioncine pedemontane dei dintorni. Pochissimi i parcheggi, per lo più privati o a salato pagamento, indi per cui quasi tutti si fa avanti e indietro da casa, caricando e scaricando spese, bagagli, figli, ombrelloni. Il traffico, in un posto così piccolo, nel mese di agosto ha qualcosa di inquietante.
Ogni 7-8 metri c’è un attraversamento pedonale, spesso ombreggiato da padroncini degli alberghi, camion della spazzatura, palme rigogliose, motorini, vigili (pieno di vigili, alcuni, dice la leggenda, terribili).
E sulle strisce, la processione ininterrotta dei vacanzieri.
“Moneglia, una vacanza a misura di famiglia”, recita il volantino della proloco, presa in parola dagli utenti. Tenuto conto che moltissimi sono stranieri (per lo più olandesi, tedeschi, francesi), lo standard minimo di civiltà auspicato non solo è comprensibilmente alto, ma è anche dato per scontato. Ciò significa che il guidatore italiano medio, disattento (definiamolo generosamente così), rischia seriamente di investire interi nuclei familiari increduli. Infatti, se l’italo pedone ha sviluppato, come le mie cronache spesso testimoniano, una naturale diffidenza nei confronti dell’automobilista, e attraversa, pur nel suo diritto, sempre con una certa prudenza, lo straniero, invece…

E’ biondo rossiccio di capelli il babbo, con camiciola, bermuda marittimi, sandali e braccia occupate da zaino, involucro di tenda parasole (modello mini-igloo quechua, vedrò poi in spiaggia), pale di varie dimensioni. Non vede la strada, lo sguardo è rivolto all’interno, a sorvegliare il complicato equilibrio fra gli oggetti trasportati. Segue madre con prendisole a stento immaginabile sotto borsona ripiena, figlioletto al collo e stuoia arrotolata. Anche lei vede oltre, ha già posato i suoi fardelli, e messo la crema protettiva a tutti (borsone compreso). Presunto novenne, zainato, con maschera e boccaglio che spunta, retino d’ordinanza e lo sguardo di chi pregusta pesca grossa segue senza badare ad altro che ad annusare l’aria e ad avvistare gli sbuffi delle balene all’orizzonte. Ogni tanto, a turno, i grandi si girano distrattamente verso la nanetta bionda, treenne, che trascina la sua paletta e un costumino lasco, con l’aria di chi non ha ancora preso il suo primo caffè. E’ l’ultima della fila, l’ultima arrivata, un po’ in ritardo anche sulla marcia, quella che non ti aspetti a chiudere il gruppo, a meno che non stia osservando apposta. Quella che ti farebbe prendere uno spavento spuntando all’improvviso davanti al cofano, se non fossi già lì ferma a goderti lo spettacolo.
E poi sarebbe di sicuro buio pesto, mannaggia.

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